Museo del design a Sant'Agostino

Piacenza

L'idea di questo progetto non va attribuita solo a Carlo Ponzini, ma condivisa con l’autorevole esperienza dell’amico architetto Luca Scacchetti. Un progetto, questo, in cui Carlo Ponzini si pone in continuità con il tema con cui Milano si è propostaper Expo 2015: “Nutrire il pianeta, Energia per la vita”; soprattutto in questo caso si intende porre l’accento sul collegamento al Circuito Città d’Arte della Pianura Padana, proponendo Piacenza come città protagonista di un consolidato percorso d’arte. Coerentemente con il tema di Expo Milano, anche le risorse naturali del territorio saranno in mostra:
campi coltivati, fiumi e laghi, parchi e riserve, elementi imprescindibili dell’agricoltura, della pesca e dell’allevamento. Centri storici a misura d’uomo, visitabili a piedi e senza code d’ingresso estenuanti;
qui il turista straniero proverà un assaggio dell’ospitalità italiana, con una prova sul campo di quanto si discute a livello internazionale. Gli architetti ragionano sullo stile italiano, quello per cui siamo famosi nel mondo intero; esso si riflette non solo nei cibi e nelle tradizioni alimentari, ma anche nell’abbigliamento, nelle automobili, nei preziosi prodotti artigianali e le Città del Circuito offrono ulteriori spunti interessanti in questo senso. Luogo ideale per collocare il Museo è, secondo le intenzioni di Ponzini, la chiesa di Sant’Agostino, costruita tra il 1570 e il 1586 da Bernardino Pannizzari detto ilCaramosino; potrebbe rientrare in un circuito museale e trasformarsi in uno spazio legato al design, sia inteso come mondo produttivo legato all’industria del mobile e dell’abitare ma, soprattutto, come design rappresentato dal territorio piacentino, dall’agricoltura all’industria, seguendo quelle fasi di una filiera più in generale dalla post lavorazione come confezione, etichette, presentazioni, comunicazione e tutte quelle fasi che possono ritrovare connessione in un processo creativo. Fare leva sul rapporto Design – Produzione – Cibo – Architettura segnalando, ad esempio, alcune esperienze storiche legate a Piacenza, come nel caso dell’azienda Sisal, tra i produttori italiani di tappeti più affermati a cui si abbinano i nomi dei designer più noti nel panorama italiano: Aldo Rossi, Mendini, Munari, Scacchetti, Carmi ecc. Il progetto può trasformare Sant’Agostino in un centro di scambio tra progettualità e industria, anche attraverso l’organizzazione di conferenze, incontri, presentazioni, lectio magistralis, una sorta di museo attivo, ma sempre in assoluto continuum con il territorio e la realtà esterna. Lo spazio interno è rappresentato da cinque navate assolutamente di grande fascino per la chiesa, che facilitano lo studio di un allestimento di impatto,
quasi una suggestiva “macchina teatrale”; una realizzazione allestitiva che può essere pensata come mostra temporanea, ma al tempo stesso come base strutturale di un museo permanente.
Pensare a un allestimento dentro uno spazio eccezionale come Sant’Agostino è immaginarlo in modo differente piuttosto che in uno spazio neutro. L’eccezionalità qualitativa e dimensionale del contesto pone anzitutto la questione di percorrerlo, sia in senso tradizionale, ovvero fissare dei percorsi, preordinare dei flussi, sia in modo alternativo creando visuali inedite. Innalzare il proprio punto di vista, salendo lungo le colonne verso la cupola centrale. Si costruisce così una lunga rampa con minima pendenza che segna lo spazio centrale, lo ordina, fissa i percorsi a terra e al contempo si innalza verso l’area centrale giungendo a quota 4,20 m, da qui si genera una diversa visione, una sorta di balconata delle “nuove prospettive” che discendendo con gradoni verso l’abside crea di fatto un teatrino, luogo ideale di incontri e convegni. Dall’asse centrale/rampa, si dipartono in modo antropomorfico delle costole ortogonali che, partendo dalle differenti soste della rampa, si innalzano verso le navate laterali fino all’altezza massima. Queste costole si costruiscono come reticolo espositivo. Completamente realizzate in travetti di legno, pur essendo espositori e classificatori di oggetti, mantengono una certa trasparenza e attraverso di esse, la lettura dell’architettura ecclesiastica si mantiene integra. La sovrapposizione visiva di tali reticoli lignei, il loro misurarsi con l’architettura seicentesca, l’andamento su più livelli, i percorsi che si intrecciano, il terminale in quota, il teatrino “scientifico”, tutto rimanda a “macchine da teatro”, ai disegni leonardeschi di solidi ideali per Luca Pacioli, alla ricostruzione di “armi da campo” cinquecentesche. Questi aspetti caratteriali, che altro non sono che rimandi continui alla tradizione e alla storia, vengono accentuati dall’utilizzo di dettagli da carpenteria, travi di cantiere con incroci e inserti con flange metalliche. Un approfondito studio illuminotecnico accentuerà i valori scenografici del museo illuminando ora i reticoli lignei della “macchina” allestitiva, ora l’architettura cinquecentesca di Sant’Agostino. Un’altra area importante è quella che si organizza nella crociera e nell’abside della chiesa. Si tratta di uno spazio libero a disposizione, ove disporre gli oggetti di più grandi dimensioni, come auto, macchinari industriali, prodotti per l’edilizia e altro; una sorta di parco del design industriale, dove a frammenti di macchinari esposti come reperti archeologici, si potranno aggiungere foreste di tubi o colonnati plastici. Non solo museo, dunque, ma luogo di elaborazione
culturale su design, industria, terziario, artigianalità.
Luca Scacchetti (Milano 1952-2015). Laurea alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano nel 1975. Indubbiamente Scacchetti va considerato uno dei più interessanti continuatori della scuola di Aldo Rossi e,come il maestro, anch’egli grande appassionato del disegno, secondo un’interpretazione sensibile di antica tradizione. La sua filosofia disciplinare al progetto contempla arredo urbano, edilizia residenziale e design di sistemi di arredamento. Ha realizzato opere in
varie parti del mondo, da alcune delle aree italiane a Shanghai. “ necessario porsi – ha sostenuto in più occasioni – in modo nuovo di fronte alla città e al residenziale. Essere capaci di superare gli sbrigativi e inutili giudizi sulla negatività della città contemporanea, espressi da sempre, da una cultura architettonica carica di sensi di colpa e responsabilità.”

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